Famiglia Scuola Educazione


Vai ai contenuti

In Memoria di Me

Film


RECENSIONE
DI
SAVERIO CANNISTRA’ O.C.D

TRA I FILM ITALIANI AVREBBE FORSE MERITATO MAGGIORE ATTENZIONE IL FILM DI SAVERIO COSTANZO
IN MENORIA DI ME, PRESENTATO AL FESTIVAL DI BERLINO

Va detto subito che non si tratta di un film facile; allo spettatore è richiesta un'attenzione costante, sia visiva, sia uditiva, per quasi due ore. Denso nei dialoghi (con citazioni che vanno da Isacco il Siro a Dostoevskji e a Newman), molto studiato nelle inquadrature, raffinato nelle scelte musicali, il film comunica con tutti gli strumenti a disposizione del cinema. Il soggetto, l'esperienza di un giovane che abbraccia la vita religiosa, ha suggerito a qualcuno il confronto con l'ampiamente sopravvalutato film di Philip Gröning, Il grande silenzio. In realtà le due opere si collocano agli antipodi. Il grande silenzio riprende la vita reale dei monaci certosini ed è praticamente privo di parlato; parrebbe un documentario, ma in realtà documenta assai poco, quel poco appunto che può essere colto da una cinepresa, che si ferma alla fisicità degli spazi, dei tempi, dei rumori e dei corpi. In memoria di me, all'opposto; è un film dichiaratamente "irreale", che si colloca in un'atmosfera metafisica, spiritualmente tesa, propria più del mondo interiore che di quello esteriore.
Il convento in cui è ambientato (lo splendido monastero benedettino di S. Giorgio Maggiore a Venezia, oggi sede della Fondazione Cini) è una sorta di castello interiore, teatro delle dinamiche spirituali dei suoi abitanti, mentre al di fuori scorre la vita del mondo, simboleggiata dal passaggio dei vaporetti e delle navi da crociera che s'intravedono dalle vetrate. Sembra quindi del tutto inadeguato l'approccio realistico al film, sia di quanti lo hanno criticato denunciandone l'inverosimiglianza (è, infatti, evidente che la vita religiosa è altra da quella rappresentata nel film), sia di quanti lo hanno salutato (o acclamato) come una denuncia nei confronti della Chiesa istituzionale. Il film descrive un percorso spirituale, l'avventura e il travaglio di una ricerca di se stessi, ma proprio per questo motivo risulta, a mio avviso, assai più vicino alla sostanza della vita religiosa di quanto non lo fosse il film tedesco. Un po' come per Thérèse di Cavalier, la lettera viene superata in direzione di una problematica umana più universale.

Mettere al mondo se stessi

II titolo, nella sua ambiguità, allude a una duplice possibilità di lettura. Chi è, inflitti, il "me" di cui si fa memoria? Se è alle parole dell'eucaristia che si fa riferimento, dietro il "me" c'è la persona di Gesù Cristo e la vita del discepolo è (o dovrebbe essere) memoria vivente di Lui, presenza che consente a chiunque, anche a chi non abbia letto neppure una parola del vangelo, l'incontro col maestro (come dice Zanna, polemizzando con Andrea, le cui parole mancano di amore). Ma c'è un'altra possibilità interpretativa, che implica un diverso approccio al film. Il "me" è l'io del novizio, di Andrea in particolare, che divenendo religioso perde, annienta se stesso, esito che, peraltro, sembra assai più nichilistico che realmente evangelico. Simbolo di questa ambiguità è l'enigmatica figura che compare a più riprese nell'immenso corridoio del convento: una figura senza volto, senza sesso, senza nome. Inutile chiedersi chi sia: potrebbe essere un "deportato di Auschwitz", come ha detto lo stesso Costanzo; visivamente ricorda le sculture filiformi di Giacometti o le figure metafisiche di De Chirico. Ma forse, nella sua irrappresentabilità, non è che il me che soffre e si aggira inquieto, in una sopravvivenza quasi onirica o solo memoriale. Un me che vuole uscire alla luce e alla vita, ma resta una figura crepuscolare, misteriosa, una sorta di fantasma.
È interessante che alla vita diurna del convento scandita dal susseguirsi rigoroso degli atti comuni corrisponda una vita notturna molto movimentata, in cui esplodono le angosce, la ricerca di relazione, il dubbio, l'implorazione. Straordinaria la sequenza dei volti dei novizi colti nel loro vegliare notturno: Anche la scelta, apparentemente sconcertante (mentre almeno in questo caso Costanzo ha riportato ciò che ha visto fare in una casa di esercizi spirituali), di usare polke, valzer e mazurche come sottofondo musicale per i pasti comunitari consumati in silenzio, sottolinea questo doppio registro della vita del convento: un ritmo quotidiano scandito così regolarmente da sembrare una danza, al di sotto del quale si muove invisibile il travaglio e il turbamento delle singole interiorità alla ricerca del proprio volto, del proprio senso, del proprio equilibrio. La nota preghiera di Newman letta da Andrea alla fine del film ("Io sono creato per realizzare un progetto per cui nessun altro è creato") sembra suggerire che questa ricerca è ormai giunta in porto, anche se il finale resta aperto: come risolverà i suoi dubbi Andrea? E come sarà il suo futuro? Diventerà come il superiore della casa o si inventerà un nuovo modo di essere religioso e sacerdote, il suo appunto? E dove giungerà Zanna nel suo cammino che volge le spalle alla cupola di S. Pietro?
Direi che il film di Costanzo,trova proprio qui il suo centro, nel travaglio che ogni uomo deve affrontare per partorire il proprio sé, per portarlo alla luce. Senza di questo si resta nel vuoto, nel nulla. Una scena chiave del film è quella in cui il protagonista si alza in pieno giorno dal letto e non trova più nessuno, corre per i corridoi, le scale, il chiostro, con un'angoscia crescente che lo porta a urlare. E finalmente approda al refettorio, dove tutta la comunità è riunita. È in questa esperienza che si decide la sua vocazione: Andrea ha bisogno della comunità, senza di essa è preda del panico. L'entrata in convento è, come egli stesso dichiara all'inizio del film, un tentativo di sfuggire al vuoto: ha tutto, ma sente anche che tutto è effimero, privo di fondamenti nell'essere, e perciò ha sempre paura che, voltandosi indietro, non trovi più nulla. Il superiore della casa invita Andrea a sedersi a mensa accanto a lui, gli offre come sostegno l'autorità di un'istituzione secolare. Andrea è sconvolto, ma si accomoda. Oramai non è più novizio.

II romanzo e il film

Proprio qui si misura la distanza dal romanzo a cui il film è liberamente ispirato; Lacrime impure di Furio Monicelli, ristampato nel 1999, ma pubblicato per la prima volta nel 1960 col titolo Il gesuita perfetto (il primo nucleo fu anticipato in due articoli sulla rivista Il Mondo nel 1952). Le problematiche sono profondamente diverse, fanno riferimento a contesti generazionali e spirituali molto distanti tra loro. II protagonista di Lacrime impure è preso tra l'innamoramento per il connovizio Lodovici, che si ammala e muore, e l'amicizia per fratel Zanna, che si ribella alla privazione della sua libertà personale. Andrea muore a se stesso, ma non nel senso spirituale inteso dai suoi formatori. Muore perché da un lato vive il lutto della perdita del fratello amato, con il quale anche una parte di sé scende agli inferi, dall'altro perché scopre di non avere la libertà e la forza di Zanna. Più che morire, Andrea si spegne e diventa "il perfetto gesuita", in quanto sulle sue macerie può edificare una nuova immagine di sé, tanto più perfetta quanto più artificiale, e per questo le sue lacrime sono "lacrime impure".
Ben poco di tutto questo è rimasto nel film di Costanzo. La problematica affettiva e sessuale, almeno nei termini in cui la presentava Monicelli, è del tutto assente. Anche la critica all'istituzione ha tutt'altro significato. Non è l'istituzione come tale ad essere colpita nel film di Costanzo, quanto il rischio che si faccia di essa il rifugio, nel quale nascondersi per non affrontare la propria problematicità.

Andrea è dominato dalla paura. La scena finale ce lo fa vedere nell' atto di chiudere i battenti del pesante portone della chiesa. Ma prima ancora, nella sua esercitazione omiletica, Andrea si è chiuso in un giudizio duro sul mondo, un giudizio degno del Grande Inquisitore dostoevskiano. A ciò si oppone Zanna, per il quale il contenuto della fede è l'amore. Se non si ama, si replica il mondo e a nulla vale restare in convento. L'ultimo gesto di Zanna è il bacio deposto sulle labbra del duro Padre superiore, proprio come Cristo nella leggenda narrata da Ivan Karamazov bacia il Grande Inquisitore. Un bacio che chiude la bocca e mette in cammino in direzione opposta a quella del Padre superiore. Zanna sorride, mentre si lascia alle spalle la cupola di S. Pietro; anche Andrea sorride nel chiudere il portone della chiesa. Due sorrisi diversi come diverse ' sono le scelte che esprimono.

Un messaggio complesso

Un film che stimola a meditare, a ricercare, a mettere a fuoco verità solo intraviste nel vissuto quotidiano, è un film "spirituale". Tale credo che sia In memoria di me. Da religioso e formatore con qualche anno di esperienza all'attivo, confesso di aver respirato di fronte a una presentazione per una volta non banalizzata, né edulcorata o convenzionale della vita religiosa. Che esista una inquietudine della fede e delle scelte di fede, e non semplicemente una pacifica certezza, è un'ovvietà che un laico fa bene a ricordare anche ai credenti (oltre che ai non credenti). Così si accorcia la distanza tra il credente e il non credente, tra il religioso e il laico, ma proprio per questo ci si avvicina di più alla sostanza delle cose. Per tornare al confronto con Il grande silenzio, lì la pura e semplice ripresa dei gesti quotidiani dei monaci portava a un effetto straniante. L'apofatismo assoluto riguardo alla loro umanità, alle loro motivazioni, al loro sentire, faceva sì che i certosini apparissero come una specie rara, posta sotto lente di osservazione del naturalista, e forse proprio questo esotismo ha catturato l'interesse del pubblico. Qui invece i novizi sono giovani che portano con sé l'ordinaria fatica. di conoscere se stessi, il proprio peccato e insieme Dio (come suona il testo di Isacco il Siro citato nel film da Fausto): e per questo, benché irreali, non sono poi così lontani dalla realtà.
Non si renderebbe, peraltro, giustizia all'intelligenza e alla complessità dell'opera di Costanzo, se da essa si volesse trarre la conclusione che solo chi, come Zanna, ha il coraggio di uscire dal chiuso del convento (o dalla chiesa o dall'appartenenza a una qualsiasi istituzione) può trovare la verità, mentre chi vi rimane è destinato a restare prigioniero della menzogna. Mi pare evidente che non sia questo il messaggio del film. A ben guardare, esso mette in luce i rischi tanto della scelta di abbarbicarsi a una ideologia (di qualunque stampo essa sia); sedotti dall'offerta di un'identità pronta per essere indossata; quanto della dispersione di una falsa libertà, che passa da un'esperienza all'altra, ma non riesce a radicarsi in alcunché. Credo che Costanzo (classe 1975) conosca bene questi rischi e la difficoltà per un giovane della sua generazione di definire che cosa voglia dire essere davvero liberi. II film che ne è scaturito è perlomeno l'umile confessione di questa condizione spirituale non aggirabile da parte di nessuno.


Regia- Saverio Costanzo; sceneggiatura: Saverio Costanzo; soggetto: liberamente ispirato al romanzo di Furio Monicelli, Lacrime impure (Mondadori 1999); fotografia: Mario Amurà; musiche: Alter Ego; montaggio: Francesca Calvelli; durata: 113'; anno: 2007.
Interpreti: Christo Jiykov (Andrea), Filippo Timi (Zanna), Marco Baliani (Padre Maestro), André Hennicke (Padre Superiore), Fausto Russo Alesi (Panella).
Trama: Andrea entra nel noviziato di un ordine religioso, caratterizzato da un'atmosfera di austerità ed elevata cultura. Inizia così il suo percorso di discernimento, nel quale sono decisivi gli incontri con le figure dei formatori; il maestro e il superiore della casa, e di due confratelli novizi, il fragile Fausto Panella e il vitale Zanna. Il primo, entrato in piena crisi, lascia nottetempo la comunità; il secondo si pone in atteggiamento fortemente critico nel confronti della formazione ricevuta e insieme manifesta una intensa capacità di amare, che si rivolge in particolare a un confratello gravemente ammalato. Andrea, pur dubitando sempre più di sé e della sua vocazione, e addirittura della sua stessa fede, decide di rimanere in convento, mentre Zanna se ne allontana.


Torna ai contenuti | Torna al menu